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Capitolo 9
Il codice sotterrato

“ Penso a tutti i ricordi andati perduti, ai racconti di avventure e amori dispersi nelle nebbie del tempo: penso a quello che mai vorrei succedesse alle mie storie, ripetendomi quanto sia importante scrivere il mio viaggio. ”

Stelle negli occhi - Buenos Aires

I miei passi sull’asfalto risuonano, andandosi a fondere con il ritmo della musica lontana che si fa sempre più forte, passo dopo passo. La notte è calda e nel cielo di velluto blu le stelle brillano tremanti, come le corde della chitarra che suona e che riempie Plaza Dorrego. Sono a Buenos Aires, sceso dal veliero dopo aver cenato con un ottimo Fish Burger Argentino. Il motivo di questa tappa? Un suggerimento di Amaranta. Prima di salutarci a San Juan, avevamo scambiato qualche parola sull'uscio di casa sua: mi aveva consigliato di recarmi proprio qui, alla ricerca di Soledad, un’amica di vecchia data di Andy, suo padre. A detta di Amaranta in realtà, Soledad era stata qualcosa di più per suo padre in gioventù e adesso che la cerco nella folla che riempie di vita la piazza, mi chiedo cosa cercare. Un volto invecchiato dal tempo, ma ancora sorridente? O forse uno sguardo misterioso, nascosto da lunghe ciglia nere? Sono innumerevoli le coppie che volteggiano intorno a me, ma una donna cattura la mia attenzione: non balla in coppia, ma sola. I capelli lunghi sono raccolti, mentre si lascia ondeggiare al ritmo della musica. Il suo volto è chiaramente stato scolpito dagli anni, ma conserva ancora la bellezza di chi nell’animo ha una passione incontenibile. La guardo affascinato e solo quando termina di danzare, per sedersi su una panchina, oso avvicinarmi. Parlandole mi rivela che sì, è proprio lei Soledad. Quando le parlo del padre di Amaranta, i suoi occhi verdi si illuminano. Non so se per la luce dei lampioni o se per un’emozione riaffiorata dal tempo.

Indizi nella nebbia - Falkland Islands

Solco le onde mentre scruto l’orizzonte e ripenso a Soledad. Dalle sue parole ho capito che Amaranta aveva ragione: qualcosa aveva legato Andy e la donna, qualcosa che aveva superato i trent’anni di lontananza e i chilometri di separazione e che in quel momento era forte e presente nella sua voce. Grazie alle sue indicazioni, so dove trovare qualche indizio in più. Scendo al porto, ma la nebbia che avvolge la costa sbiadisce il mondo con una patina irreale e appiccicosa. Le piccole particelle d’umidità si attaccano sul mio cappotto di lana blu, mentre attraverso Stanley, la capitale delle isole Falkland, per poi raggiungere il piccolo cimitero sul mare. La temperatura bassa fa condensare il mio respiro e la bruma rende difficile la mia ricerca fra le file di piccole tombe bianche. Attraverso metodicamente ogni sentiero, scrutando gli epitaffi. Le mie dita sfiorano le pietre ricoperte di muschio, mentre i miei occhi scivolano su foto sbiadite e nomi dimenticati. Penso a tutti i ricordi andati perduti, ai racconti di avventure e amori dispersi nelle nebbie del tempo: penso a quello che mai vorrei succedesse alle mie storie, ripetendomi quanto sia importante scrivere il mio viaggio. Mentre il mio sguardo vaga, una tomba cattura finalmente la mia attenzione. È di marmo nero, lucida e bagnata dalla nebbia. Non reca nessun nome, ma degli strani simboli la ricoprono. Frugo nella tasca interna del mio cappotto ed estraggo la foto scattata ad Amaranta. I simboli tatuati sulla sua schiena sono fra quelli incisi sulla tomba.

Relitti e reliquie - Capo Horn

Il cimitero delle navi. Non è solo un modo poetico per descrivere questo luogo: è la verità. Viene chiamato così Capo Horn, situato nell’arcipelago della Terra del Fuoco. Il perché, io e il mio equipaggio lo abbiamo scoperto qualche giorno fa. A causa della profondità marina e alla forza dei venti, spesso nascono delle temibili onde anomale in sua prossimità. È stata proprio una di queste a travolgere il nostro veliero, che per fortuna siamo riusciti a mettere in salvo. Una volta a terra, tranquillizzati da una notte di sonno, abbiamo parlato con delle persone del posto: marinai, pescatori, gente di mare come noi. Su loro consiglio, abbiamo deciso di sostare qui nell’attesa di una corrente più favorevole. Per sfruttare la giornata, decido con i miei compagni di pranzare prima di andare ad esplorare le carcasse di velieri vecchi e nuovi arenati nelle vicinanze. Sul pontile del veliero, mangiamo del Salmone Pastellato su tortilla con pebre. Il gusto pungente degli ingredienti cileni ci accarezza, mentre vediamo le nubi diradarsi dalle vette ghiacciate e lasciare spazio a un cielo limpido e azzurro. Rinvigoriti dalla visione da fine del mondo, saliamo sulla scialuppa per andare a vedere i relitti incastonati vicino alla costa. I primi due relitti sono grosse navi arrugginite, ma riusciamo ad accedere in sicurezza solo ad una di esse: all’interno, silenzio e vuoto. Quando raggiungiamo la terza barca però, troviamo un piccolo mondo, perfettamente conservato. La barca è molto più piccola rispetto alle altre due e non è una trappola di metallo. Al contrario, si tratta di un piccolo veliero di legno. Entriamo e veniamo accolti dal cigolio delle assi erose dal sale. Con cautela, eccomi nella cambusa: padelle, utensili e stracci se ne stanno immobili a terra, reduci di una tempesta lontana. Mentre gli altri stanno tornando verso il pontile, mi fermo a esplorare una cabina. Il suo ingresso è semiaperto, come ad invitarmi dentro. Apro piano la porta e viaggio nel tempo. Tutto sembra intatto: le lenzuola sfatte sulle brandine, la lampada sulla scrivania, l’orologio appeso al muro. Il calendario, unico elemento a terra, mi rivela l’anno d’abbandono del veliero: 1951. Mi siedo sul letto, come trasportato in un’altra dimensione. Nel sedermi sul sottile materasso, senza le pesanti coperte di lana a fare da barriera, noto che c’è qualcosa di strano sotto di me. Mi alzo, per poi chinarmi a terra e sollevare il materasso. Fra la rete e il tessuto, un diario. Meravigliato, ne accarezzo la copertina rossa prima di aprirlo. Nella prima pagina, nonostante alcune increspature date dall’acqua, riesco chiaramente a leggere il nome del perduto proprietario: Andy Montenero.

Dalla terra alla luce - Rapa Nui

Mentre il veliero solca le onde, proseguo nella lettura del diario. È da due giorni che passo la giornata con il naso fra le pagine, a scoprire le avventure di Andy e del mio mentore. Fra le pagine, trovo anche un fiore essiccato: Andy scriveva di Soledad e del loro incontro. Rigiro con cura la pagina, per non lasciare sfuggire quei petali leggeri e increspati, memoria di un amore lontano e ormai quasi polvere. Soprattutto però, fra le pagine ingiallite ho scoperto un indizio fondamentale. Una legenda per codificare i simboli presenti sul tatuaggio di Amaranta e sulla tomba del padre. Traducendone l’iscrizione infatti, ho capito quale sarebbe stata la mia meta successiva: Rapa Nui, conosciuta anche come l’Isola di Pasqua. L’epitaffio infatti diceva “Dalle teste della terra fino ai pilastri del mondo, passa tutto sulla pelle”. Mentre sto ancora leggendo, il mio equipaggio viene a chiamarmi in cabina. Abbiamo attraccato, ma non me ne ero neppure reso conto. Scendo a terra, abbagliato da una giornata meravigliosa e un arcobaleno a tagliare il cielo azzurro. Gli abitanti di Hanga Roa passeggiano tranquilli lungo le strade, non preoccupandosi di me e la mia ciurma. Sono alla ricerca di risposte, ma chi sarà in grado di darmele? Sono pensieroso, quando un piccolo gruppo di persone attira la mia attenzione: devono essere turisti, capitanati da un uomo locale in divisa. Li raggiungo, chiedendo all’uomo informazioni sui simboli. Quando mostro il diario, lui mi guarda stupito e mi invita a seguire il tour. Perplesso, salgo con il gruppo su un furgoncino. Dove staremo recandoci? Parlo con il mio vicino di posto, che mi rivela la nostra destinazione: un recente scavo nei pressi di alcuni Moai, le tipiche teste dell’isola. Una volta raggiunti gli scavi, scendo emozionato. Che sia questo il luogo che il mio mentore desiderava mostrarmi? Mi avvicino tentennante, mentre vengo raggiunto dalla guida turistica che sorridendo mi dice di seguirlo. Vedo finalmente la grossa fossa, e con meraviglia scopro la verità. Sotto le teste ci sono dei veri e propri corpi! Senza parole, seguo la guida verso le schiene delle mastodontiche statue. Il cuore mi salta in petto: sulle schiene delle statue sono incisi gli stessi simboli all’interno del diario. Scatto una polaroid dei simboli, per poterli decifrare una volta tornato sul veliero. Quando chiedo informazioni al personale addetto agli scavi, scopro che il capo ricercatore è tornato in Polinesia per analizzare dei dati. Li ringrazio e saluto la guida. Il mio viaggio non è finito qui.