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Capitolo 8
La danza dei ricordi

“ A volte, mi domando se forse non dovrei fermarmi. Mettere giù radici e avere un porto sicuro in cui approdare. Forse un giorno sceglierò questa strada, ma la mia ancora non è ancora pronta per essere gettata. Il mondo mi aspetta! ”

La Bodeguita - Cuba

Alber, l’esuberante anziano incontrato poche settimane fa e diventato mio compagno di viaggio, se ne sta a guardare affascinato la visione dell’Havana: e non parlo dell’architettura. Un gruppo di musicisti di strada ha attirato la sua attenzione, e nel mezzo del gruppo spicca la cantante con un sinuoso abito giallo. L’allegria di Alber è coinvolgente e mi ritrovo a ridere mentre assisto allo spettacolo di lui che inizia a danzare davanti alla banda. Terminato il ballo, convinco un ansimante Alber a proseguire verso la nostra destinazione: fortunatamente avevamo fatto carico di energie, con un Bocadillo con croccola e ananas grigliato. Mentre camminiamo, ci lasciamo travolgere dal sole caldo, dai colori incredibili e dalla musica in ogni angolo della strada. Arriviamo finalmente alla Bodeguita de Salsa, un locale nella zona di Old Havana. Attraversiamo l’ingresso, come se stessimo passando ad un altro universo: il caldo e la luce accecanti della strada vengono sostituiti dalla frescura di innumerevoli ventilatori e dalla penombra, che pare ancora più scura a causa del mobilio di legno. Una meravigliosa musica si leva da un vecchio giradischi, mentre Alber ed io ci sediamo al bancone. Da una piccola porta vicino allo scaffale dei liquori, esce la barista. È una donna sulla sessantina, la pelle scura del volto piegata in un sorriso. Fra i denti, un grosso sigaro cubano. Il suo aspetto sembra quasi quello di una gitana o di una strega: grossi anelli dorati alle dita, trucco intenso e drammatico e un abito composto da diverse stoffe e colori. Nel notare Alber, sembra meravigliata. Alber ride, salutandola in spagnolo. La donna, in tutta risposta, gli piazza una grossa manata amichevole sulla spalla, ricambiando il saluto. Alber mi presenta la donna come Eulalia, la proprietaria della Bodeguita. Mentre mi versa dell’ottimo rhum artigianale, Eulalia mi inizia a raccontare con voce roca e spigliata dei giorni in cui il mio mentore, abbandonati i Marines, aveva deciso di passare un periodo a Cuba, prima di partire con il veliero verso rotte sconosciute. Quando chiedo il motivo di questo cambio di vita, Alber ed Eulalia si scambiano un’occhiata. L’unica persona a conoscenza di quel segreto purtroppo non c’è più, mi dicono. Ma forse, c’è ancora una speranza per la mia ricerca: la nipote del miglior amico del mio mentore e Marine, Amaranta, conserva ancora i vecchi diari del nonno. E i suoi ricordi. Chiedo dove si trovi, e Eulalia mi riempie nuovamente il bicchiere vuoto. “Non è proprio dietro l’angolo, ti servirà un po’ di carburante!” mi dice ridendo, per poi scrivere l’indirizzo su un tovagliolo. San Juan, Puerto Rico.

Segni sulla pelle – Porto Rico

Amaranta balla, una forza della natura fra le braccia del compagno. Siamo in Plaza de Armas, e la notte chiara e dolce abbraccia i ballerini che riempiono la piazza. Abbiamo incontrato Amaranta nel ristorante in cui lavora, e ci ha promesso ci avrebbe raccontato tutto dopo il suo spettacolo. Ecco quindi Alber ed io, seduti con gli altri spettatori sotto la luna, ad osservare Amaranta volteggiare nel suo lungo abito bianco al ritmo della musica. Il suo fidanzato la stringe, e quando si avvicinano per un bacio, sento una strana mancanza pesarmi nel petto. A volte, mi domando se forse non dovrei fermarmi. Mettere giù radici e avere un porto sicuro in cui approdare. Forse un giorno sceglierò questa strada, ma la mia ancora non è ancora pronta per essere gettata. Il mondo mi aspetta! A interrompere i miei pensieri è lo scrosciare degli applausi. Le coppie che danzavano fanno un piccolo inchino e si disperdono nella folla, mentre la banda continua a suonare. Amaranta ci raggiunge, dopo aver salutato il compagno di danza. Ci invita a seguirla verso il bar nell’angolo della piazza. Ci sediamo ad un tavolino esterno, mentre Amaranta ordina qualcosa da bere. Nella mia testa, si uniscono i suoni della banda qualche metro più in là, della radiolina al tavolo vicino e lo sfarfallare del neon che fa da insegna al locale. Amaranta torna pochi minuti dopo, con una bottiglia e tre bicchieri. Senza preamboli, mi chiede cosa voglio sapere. Dopo un sorso di Pitorro, una tipica bevanda locale, le racconto tutto ciò che so. Lei annuisce, non sembra sorpresa. E inizia a raccontarmi ciò che sa: il mio mentore e suo padre Hilario erano parte di un progetto speciale della Marina Militare, e dai diari Amaranta ha capito che i due amici dovevano averne scoperto il vero obiettivo solo in un secondo momento. Per questo, avevano abbandonato il progetto ed erano scappati a Cuba. Quale fosse il misterioso motivo, questo Amaranta lo ignorava. Ma di una cosa era certa: c’entrava qualcosa il tatuaggio di suo padre, che aveva riprodotto lei stessa sul proprio corpo. Sollevando i lunghi capelli scuri, Amaranta ci mostra le coordinate tatuate sul suo collo, e dei simboli. Faccio una Polaroid al tatuaggio, per poter studiare i simboli più tardi, sul veliero. Ringraziamo Amaranta per il tempo che ci ha dedicato, e la salutiamo. Lei ci sorride, i neon dell’insegna la incoronano come una regina.

Gli amici ritrovati – Martinica

Stringo fra le braccia i miei compagni. L’acqua cristallina del mare balugina sotto di noi, con i suoi colori celestiali: sembra un sogno, ma è la realtà. La mia ciurma, che temevo non avrei più rivisto dopo la terribile tempesta delle Bermuda, è nuovamente sul mio veliero. Non posso credere ai miei occhi, e una lacrima mi bagna il volto dall’emozione. Solo pochi giorni fa avevo ricevuto una lettera che mi invitava a recarmi alla Martinica, questa meravigliosa isola delle Antille: non sapevo cosa mi avrebbe aspettato qui, ma non pensavo a una così bella sorpresa. Quando chiedo ai ragazzi di raccontarmi del naufragio e di come si sono salvati, loro non sono in grado di rispondere. Tutto quello che si ricordano è la tempesta: poi, il risveglio su una barca della Marina, che li aveva tirati su dalle acque appena in tempo. Non faccio domande ulteriori, sebbene la costante presenza della Marina nella mia avventura inizi a farsi sospettosa. Ci penserò più tardi, ma per ora voglio solo ripartire il prima possibile, e festeggiare questo ritorno con un pranzo fastoso mentre solchiamo le onde.

Messaggi criptici – Brasile

La città di Salvador è una gemma incastonata lungo la costa brasiliana. Ispirati dai sapori, profumi e colori incontrati nella nostra prima notte di sosta a questo porto, io e la mia ciurma abbiamo mangiato un piatto di Merluzzo pastellato con okra in umido. Adesso però è arrivato il momento di accompagnare Alber all’hotel dove ha deciso di soggiornare, a sua detta per godersi il mare e il buon cibo. Vedendo la sua gioia nell’incrociare delle ballerine in costumi piumati che provano le coreografie per il Carnevale, non ne sono così certo. Mentre camminiamo verso l’hotel, Alber ricorda le avventure vissute con il mentore con un’aria nostalgica. Mentre mi racconta di una rotta che avevano intrapreso, sembra avere un’illuminazione. Mi dice che durante un viaggio lungo la Corea, il mio mentore aveva improvvisamente fatto deviare la nave. Ad una richiesta di spiegazioni, lui aveva solo risposto: “Lì non c’è niente. E niente dovrà esserci.” La risposta criptica mi lascia interdetto, ma rimango in silenzio nel resto del tragitto. Saluto Alber con un abbraccio, invitandolo a unirsi al veliero terminata la sua breve vacanza. Lui ride, per poi scomparire dentro l’hotel. Io rimango a guardare i passanti, incerto sulla direzione dei miei prossimi passi.