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Capitolo due
La rosa dei sette venti

“ Poi, stringendo fra le mani la penna stilografica, ritrovo la pace ricordando uno dei più grandi insegnamenti del mio mentore: solo davanti alla paura riusciamo a tirar fuori il nostro coraggio. ”

Una rotta inaspettata - Italia

Una leggera brezza muove la vela maestra, e le onde placide lasciano che la chiglia del veliero ondeggi dolcemente. Il forte maestrale di ieri ha spazzato via ogni traccia di nube dal cielo, lasciando un ritaglio azzurro ad incorniciare l’isola di Malta.

È proprio su quest’isola che mi hanno portato le  coordinate incise sulla mia penna stilografica, dono del mio mentore in occasione del mio primo veliero. Non so ancora il motivo di questa rotta, ma sono certo che ci sia qualcosa ad attendermi sulla  scogliera di Dingli, che scorre vicino a me in tutta la sua maestosità. Ed ecco che vedo, fra i livelli di roccia bianca e frastagliata, qualcosa di strano. Una sorta di incisione, un tracciato più chiaro sulla pietra. Ho bisogno del mio cannocchiale per capire meglio di cosa si tratti: metto a fuoco, e scruto con attenzione. Sembra trattarsi di un tridente, sotto un’incisione simile a un arco. Stilizzato, certo, ma il disegno è inequivocabile: devo andare nelle Grotte di Nettuno. A vele spiegate, la prua della mia nave è pronta a solcare il mare per raggiungere la Sardegna.

I viaggi del capitano La rosa dei sette venti - Findus

Un momento difficile

Nella penombra umida della grotta, risuonano solo i passi e lo sciabordare calmo delle onde. Le mie mani sfiorano la roccia gelida, mentre guardo le stalattiti e stalagmiti scintillare al sole del tramonto, dentro la Grotta di Nettuno. Mi trovo a pochi chilometri da Alghero, dove il mio veliero sosta nel porto. Ad accompagnarmi qui è stata Luna, una giovane del posto, figlia di un amico pescatore: la ragazza cammina davanti a me, e mi mostra con orgoglio il luogo segreto, scolpito d’acqua e roccia. Mi fermo qualche attimo, in silenzio. Ma ecco che all’improvviso Luna mi chiama.

La raggiungo, appoggiandomi alle stalagmiti per non scivolare. E vedo anche io: una foca monaca, fra l’acqua e una roccia, ci guarda. Erano anni che non se ne vedeva una da queste parti. La ragazza si volta verso di me sorridendo, ma quando torniamo a guardare lo specchio d’acqua, la foca  monaca si butta, lasciando dietro di sé solo una leggera increspatura.

Dopo questo incontro irreale, proseguiamo ancora nella ricerca: ma la notte scende, e siamo costretti a darci per sconfitti. Per sollevarci il morale andiamo a mangiare a casa di lei, dove suo padre ci ha preparato una gustosissima concassè all’alghero, con pane carasau, nuggets di merluzzo pastellati e bottarga. Nel tornare sul veliero mi sento abbattuto: la paura di non riuscire a risolvere l’enigma davanti a me è grande. Poi, stringendo fra le mani la penna stilografica, ritrovo la pace ricordando uno dei più grandi insegnamenti del mio mentore: solo davanti alla paura riusciamo a tirar fuori il nostro coraggio.

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Leggende e verità - Francia

Dopo l’avventura ad Alghero, non sapevo dove andare. La ricerca mi sembrava arrivata ad un vicolo cieco, e il mio mentore non rispondeva alle mie lettere, in cui chiedevo un aiuto per risolvere l’enigma. Così, ho deciso di tornare sulla rotta originaria: dopo qualche giorno di navigazione, eccomi sulle coste francesi. Sono costretto ad attraccare al porto più vicino, a causa del cielo rigonfio di nubi grigie. La pace prima della tempesta. Nonostante la pioggia imminente, la ciurma è felice di sostare in Camargue: loro potranno rilassarsi nelle osterie del porto, e io forse potrò fare chiarezza riguardo alla mia missione. Passeggio così nel villaggio di Saintes-Maries-de-la-Mer, seguendo la lunga spiaggia. Il vento si alza, le nubi sono sul punto di oscurare l’intera volta celeste ma io continuo a lasciare le mie impronte sulla sabbia. E all’improvviso, all’ululato del vento si unisce uno scalpitare. Alzo il volto. Davanti a me, una mandria di cavalli della Camargue galoppa sul bagnasciuga, sollevando ali di spuma e nitrendo con vigore. I cavalli corrono intorno a me, e come per magia  si arrestano tutto d’un tratto. Un lungo fischio li richiama infatti all’ordine. Dalle dune, appare una donna. La pioggia inizia a scendere d’improvviso, e lei mi offre un riparo nel suo allevamento. Riscaldati dal fuoco del camino, parliamo dei suoi cavalli, fino a che non mi racconta una storia strabiliante: la leggenda vuole che i cavalli della Camargue non siano che un dono di Nettuno agli umani. Tutto sembra trovare un senso, soprattutto quando noto una foto del mio mentore appesa in salotto. Quando dico alla donna di conoscerlo, lei sorride e mi dice che sapeva sarei arrivato. Così dicendo, mi porge una chiave d’ottone, piccola ed arrugginita.

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I limiti della conoscenza - Spagna

Dopo un pranzo sul veliero a base di gazpacho catalano con gamberi pastellati, ho attraccato al porto di Barcellona. Il barrio Gotico mi attendeva, con le sue piccole strade solitamente piene di vita: al contrario, oggi una pesante coltre di bruma inondava i vicoli, slavando ogni colore. All’ombra della chiesa di Santa Maria del Mare, nascosta in un grosso portone di legno e ottone, la mia destinazione. Ecco dove mi trovo ora: intorno a me, migliaia di libri antichi e polverosi. Gli alti scaffali della biblioteca mi circondano come una foresta, e io mi perdo all’ombra di queste pagine ingiallite come alberi autunnali. Cammino fra i corridoi vuoti, la sola luce di un rosone ad illuminare il mio percorso. Qualche raro avventore appare alla fine dei corridoi, ma gli sguardi che ci scambiamo sono fugaci. Sono alla ricerca della rosa dei sette venti: non so cosa significhi, la donna in Camargue mi ha solo sussurrato, prima di partire, che avrei dovuto trovarla in questo luogo.

Ho cercato libri con questo nome, ma nessun titolo simile appare nell’elenco. Il guardiano della biblioteca suona una piccola campana, ad indicare che è quasi ora di chiusura. Mi incammino verso l’uscita, fermandomi nel corridoio centrale a dare un’ultima occhiata alla biblioteca. In quel momento, il campanile della chiesa fuori dal palazzo rintocca: sono le sette di sera. E in quel momento il rosone decorato viene illuminato da un raggio di luce perfetto. I colori dei vetri puntano a un libro, in un piccolo corridoio. Con il cuore pieno di emozione, corro in fondo all’antica biblioteca. La mia mano trema, quando prendo il volume. È rilegato in pelle, e chiuso da una piccola serratura. Sento in tasca il tintinnare della chiave. Sfioro la copertina, e capisco dove mi porterà questo viaggio: in rilievo sulla pelle, c’è l’immagine delle Colonne d’Ercole.

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