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Capitolo 7
Maledizioni e miracoli

“ La notte è calda e corpi d’ogni età danzano intorno a me, costumi colorati e luci si fondono come in un caleidoscopio. La vita, nel massimo della sua forza. Domani tornerò a solcare nuovamente i mari, e dovrò superare i giorni bui alle mie spalle. Ma non dimenticherò i miei compagni e il mio primo fidato veliero: vivrò al massimo per ringraziare ogni giorno il miracolo che adesso mi fa stare qui, fra onde di corpi in festa. ”

La tempesta - Bermuda

Il triangolo delle Bermuda, detto anche triangolo del diavolo. Quante volte da bambino ascoltavo le leggende legate a questo luogo lontano, rabbrividendo al pensiero delle navi e aerei ormai arrugginiti nelle sue profondità. Adesso che mi ritrovo nel cuore di questa terribile tempesta a poche miglia dall’arcipelago delle Bermuda, le vecchie paure sembrano tornare a galla. Il vento ulula, lacera il silenzio dell’oceano, e le nubi gonfie e nere sono esplose da pochi minuti in un fragoroso scrosciare. I lampi illuminano i volti della mia ciurma, che con fatica cerca di portare il veliero sano e salvo a riva, mentre le onde alte e irruente travolgono il ponte. La furia del mare in tutta la sua crudeltà ci trascina in acqua. Fragore. Poi, solo buio.

Mi risveglio ore dopo, sdraiato sul lettino di quella che sembra essere una infermeria. Quando mi metto a sedere, dolorante e ancora disorientato, vedo che un piatto fumante mi attende sul comò: divoro i Fish Nuggets con Conch fritters dip, e bevo l’acqua in grandi sorsi. Finalmente mi sento di nuovo vivo. Mentre poso il piatto vuoto sul comò, vedo che una donna con la divisa della marina militare è appena entrata nell’ampio e deserto stanzone. Chiedo del mio equipaggio alla donna, che si è seduta sulla brandina vicino a me. Vedo i suoi occhi vagare, un sospiro le riempie il petto. Dei miei compagni, nessuna traccia. Il mio veliero invece giace distrutto sulla spiaggia. Mi porto una mano alla bocca, mentre delle lacrime mi bruciano il volto. Sono qui per miracolo. O per una maledizione?

Con i piedi a terra - Everglades

Nessuno si sente più perso di uomo di mare costretto a viaggiare trasportato dalle correnti aeree, e non marine. È strano spostarsi con un piccolo aereo, lontano dal timone. Lo è ancor di più scendere a terra con l’unica compagnia del mio diario di bordo, della penna stilografica, la Polaroid e l’album di fotografie, unici superstiti delle Bermuda che ho recuperato dalle rovine della barca. La donna che mi ha soccorso mi ha messo in contatto con una rimessa di barche in Louisiana, ma ora sto attraversando la Florida: dopo il mio breve ma turbolento volo per raggiungere la costa statunitense, ho deciso di proseguire il mio viaggio con il treno. Ho deciso però di scendere a metà strada, dopo aver parlato con una famiglia del posto seduta nel mio scompartimento: mi hanno suggerito di visitare le Everglades, ed io ho deciso di seguire il loro consiglio. Dopo i giorni bui delle Bermuda, non ho avuto tempo di pensare né di riprendermi. Ogni volta che chiudo gli occhi, rivedo i volti argentei di lampi della mia ciurma, e sento le grida delle onde e della tempesta.

Dormire è impossibile. Ecco perché adesso, camminare fra i corsi d’acqua ammirando la natura luminosa e calda sembra un sogno. Il verde acceso della vegetazione, l’acqua e il cielo si uniscono in un orizzonte vivido, che riempie i miei occhi di colore dopo il grigiore della tempesta. Mi sento pronto a ripartire, verso la Louisiana.

Ritorno alla vita - Louisiana

La musica jazz inonda la strada: la sento ovattata, dalla stanza in cui mi trovo, ma distinguo le note vivaci di un sassofono. È notte, ma New Orleans non dorme. E neanche io insieme a lei. Ho cenato presto, con un piatto a base di Po’ Boy con Gamberi Pastellati e in compagnia della New Orleans Jazz Quartet, una banda conosciuta in gioventù quando ero un mozzo a bordo dei transatlantici. John, Mike, Boe e Noah sono afroamericani, e vivono nel quartiere di Treme: vecchie case del secolo passato e jazz club si mescolano in un luogo dove passato e presente sono un’unica cosa. Loro sono a suonare in un locale qualche isolato più in là, e io ho deciso di non unirmi ai festeggiamenti del Mardi Gras. Eppure, adesso che dalla finestra vedo la folla che riempie le strade e i carri in festa, e sento la musica fino dentro queste pareti…

Decido di uscire. Metto la giacca, apro la porta ed eccomi qui, nel cuore della festa. La notte è calda e corpi d’ogni età danzano intorno a me, costumi colorati e luci si fondono come in un caleidoscopio. La vita, nel massimo della sua forza. Domani tornerò a solcare nuovamente i mari, e dovrò superare i giorni bui alle mie spalle. Ma non dimenticherò i miei compagni e il mio primo fidato veliero: vivrò al massimo per ringraziare ogni giorno il miracolo che adesso mi fa stare qui, fra onde di corpi in festa.

Nuovi compagni - Belize

Il vento salmastro sembra accarezzarmi con dolcezza, quasi a chiedermi scusa per gli ultimi avvenimenti, mentre con il nuovo veliero sto per raggiungere la mia prossima tappa.

Sono partito senza equipaggio, con la speranza di ritrovare i miei compagni dispersi: la speranza è ancora viva nel mio cuore. All’improvviso, meraviglia! Lascio il mio diario di bordo a metà e corro verso la prua. Nell’acqua verde e cristallina, una visione incredibile: una gigantesca area nell’acqua appare molto più scura, come una profondissima cavità circolare. Sembra pronta ad inghiottirci. Ricordo di averne sentito parlare come la “Grande voragine blu”. Mentre la superiamo per raggiungere l’isola di Ambergris Caye, scatto una Polaroid alla visione mozzafiato, ringraziando la fortuna anche per aver lasciato la macchina istantanea ancora funzionante. Una volta al porto, lascio ai ragazzi la giornata libera. Ho un appuntamento molto importante, che spero possa aiutarmi a ritornare sulla giusta rotta. Attraverso le piccole vie di capanne e bungalow, le strade più ampie di villini colorati e raggiungo infine un ritaglio di verde. Un cancelletto circonda una piccola area e una casetta rosa. Lo apro con cautela, attraversando il breve sentiero verdeggiante.

Seduto in veranda su una sedia a dondolo, un anziano uomo mi guarda. Lo saluto, mostrando una foto che estraggo dal taschino della giacca: una foto del mio mentore in divisa, vicino ad un altro giovane marine. L’anziano si illumina. Mi chiede se sono il figlio del mio mentore, e io rispondo che in un certo senso lo sono davvero. Inizio così a spiegare cosa mi ha portato fino a lì: gli indizi, la tempesta, e poi la donna della Marina Militare che mi ha salvato. Spiego che mi ha aiutato a trovarlo, usando le informazioni presenti nelle foto ritrovate. L’uomo annuisce, e con ampio sospiro si alza. Quando gli chiedo dove stia andando, lui sorride e sembra ringiovanire di vent’anni. “Vado a fare le valigie. Le risposte che cerchi, so dove trovarle” mi dice, per poi aggiungere con un occhiolino “E so dove trovare anche dell’ottimo rhum, giù a Cuba."