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Capitolo 6
Per chi viene da lontano

“ Mi rivedo bambino, travolto dalle storie di mare e creature leggendarie che ascoltavo a bordo del veliero del mio Mentore. Mi rivedo sognatore, ma poi mi ricordo che niente è cambiato: sono ancora quel bambino, finalmente Capitano di oggi. ”

Per chi viene da lontano - Islanda

La mia lanterna ciondola con un cigolio, mossa dal vento impietoso che mi accarezza il volto con artigli affilati. Cammino lungo la distesa azzurra e infinita, lungo il mio percorso ai piedi del Snæfellsjökull, il vulcano presente nel libro che ho ricevuto come ultimo indizio. La luce dorata della lanterna si fonde con quella glaciale dell’Islanda, illuminando i miei passi al crepuscolo. Respiro a fondo, affaticato dalla camminata, e il freddo mi scivola nel petto ad ogni passo: sono ore ormai che cammino controvento, nella speranza di trovare qualcosa che mi indichi la via. E poi, ecco che sull’orizzonte bianco appare una luce tremolante. Man mano che mi avvicino, la sagoma di una piccola baita prende forma: dalle piccole finestre esce una luce calda e invitante. Quando busso sulla porta di legno, mi chiedo se fosse questa la mia meta. Ad aprirmi, è una ragazzina sui tredici anni, bionda e bianca come neve. Mi guarda stupita, e dietro di lei appare un uomo. Prima che io possa spiegare qualcosa, lui sorride e mi invita ad entrare. Il fuoco del camino e il profumo di un dolce nel forno mi accolgono, mentre l’uomo mi porge una bevanda calda. Seduti al tavolo della cucina, ci presentiamo e racconto all’uomo della mia ricerca. La ragazzina ascolta con gli occhi sgranati, rapita dal mio racconto. Mi rivedo bambino, travolto dalle storie di mare e creature leggendarie che ascoltavo a bordo del veliero del mio mentore. Mi rivedo sognatore, ma poi mi ricordo che niente è cambiato: sono ancora quel bambino, finalmente Capitano di oggi. Ma la ragazzina non è stupita solo dal mio racconto. Mi dice che è da quando era bambina che aspettava di vedere il leggendario Capitano che viene da lontano. Sbigottito, chiedo al padre di spiegarsi meglio: scopro così che anni prima un altro vecchio Capitano, capitato per caso ai piedi del vulcano, aveva predetto l’arrivo di un altro Capitano, “quello che viene da lontano”. Meravigliato, li ringrazio dell’accoglienza e prima di uscire la ragazzina mi ferma sull’uscio: “Il Capitano mi ha detto di ricordarti il mio nome. È Peggy. Non dimenticartelo!”

Un mondo in miniatura – Peggy’s Cove

Le piccole casette di colori accesi mi salutano, là dalla loro comoda postazione. Abbarbicata sulla costa, Peggy’s Cove mi accoglie con un cielo azzurro e una brezza leggera; sosto sul mio veliero, pranzando con una Poutine canadese di Nuggets di Merluzzo prima di scendere a terra e inoltrarmi lungo le viette del paese, un piccolo covo di pescatori e marinai.

La tranquillità di questo angolo della Nuova Scozia mi regala attimi di pace, dopo la mia tappa in Islanda. Se il bambino che ero avesse saputo che un giorno sarebbe diventato il leggendario Capitano! Anche se solo per una ragazzina sperduta fra le nevi islandesi ai piedi di un vulcano. Sto ancora pensandoci, quando incrocio un pescatore. Gli chiedo suggerimenti su dove cercare indizi per la mia ricerca, e lui sorridendo decide di accompagnarmi attraverso il piccolo paese. Incrociamo qualche abitante, che mi scruta incuriosito. Arriviamo infine a un meraviglioso faro, che si staglia davanti a St. Margarets Bay. Qualche turista avventuroso cammina sulle rocce attorno, mentre io inizio ad avventurarmi all’interno del faro. Una piccola targa dorata, affissa al muro bianco, invita i visitatori a vedere la riproduzione dello stesso faro ricreata a Boston. Sorridendo, saluto il pescatore e mi dirigo verso il veliero. Credo di aver trovato la prossima tappa.

Segui la luce – Boston

È sorprendente raggiungere la costa della Baia di Massachusetts, superare l’orizzonte lineare dell’oceano e vedere davanti a sé la silhouette irregolare e mozzafiato di Boston. Passare dalla piccola realtà di Peggy’s cove, immutata e pacifica, alle strade affollate e rumorose di Boston è come trovarsi su un altro pianeta. Insieme alla meraviglia, ad accompagnarmi lungo le strade sono anche una grande curiosità ed eccitazione: sento che sono ad un punto chiave del mio viaggio, anche se non so perché. Intorno a me i passanti proseguono verso la propria meta, chi di fretta senza togliere gli occhi dall’orologio e chi con calma, osservando le vetrine dei grandi negozi.

Raggiungo finalmente il Faneuil Hall Marketplace, alla ricerca della piccola riproduzione del faro di Peggy’s Cove. Nella folla del sabato pomeriggio, vedo finalmente spuntare una piccola costruzione bianca e rossa. Supero le persone con fatica, ma finalmente arrivo davanti al piccolo faro. Lo scruto con attenzione, alla ricerca di qualcosa che mi indichi il prossimo passo. Ma sembra non vi sia nulla per me. Guardo la luce elettrica del faro girare, mentre rimango incerto a ricevere spallate dai passanti frettolosi. Poi lo vedo: la luce illumina sempre la stessa bancarella. L’insegna di legno recita “Red Hook Bagels”.

Ricordi immortalati – New York

Un gabbiano mi zampetta intorno, osservandomi con attenzione per non lasciarsi sfuggire nessuna briciola del mio Bagel con Croccola New Yorkese. Sono seduto sul molo, e pranzo con davanti a me la Upper Bay: l’acqua riflette il cielo nuvoloso, e in lontananza nella nebbia vedo la sagoma della Statua della Libertà. A farmi compagnia, solo lo sciabordare lento dell’acqua al passaggio dei ferry. Sono a Red Hook, un quartiere di New York con una storia antica alle spalle: sono convinto che il mio Mentore volesse portarmi qui, ma non ne conosco il motivo. Ci sono troppe cose che non capisco di questa avventura, ma sono ancora troppo preso dalla frenetica ricerca per avere il tempo di pensarci. Finito il mio pranzo, mi alzo ed osservo le strade vuote intorno a me. Le grandi costruzioni tipiche dei docks sono vuote, memorie dei vecchi fasti del porto.

Nessun’anima percorre le strade, ma vedo un’insegna al neon indicare un negozio dell’usato. Decido di entrare, e pensare al da farsi. Uno scampanellio mi accoglie, quando apro la porta del negozio. Davanti a me si apre uno scenario surreale: un gigantesco ex-deposito ricolmo di arredi, chincaglieria, scaffali e oggetti d’ogni tipo. All’ingresso, una donna vestita in maniera stravagante e vagamente gitana mi sorride. Mi addentro nei cunicoli polverosi, fra dischi, libri, argenteria e giocattoli.

Ad attirare la mia attenzione, è un’area particolare del negozio: un tavolo ricoperto da fotografie d’epoca e macchine fotografiche analogiche. Inizio a guardarle, rapito da quei volti sconosciuti in abiti vintage. Bambini, famiglie, balli… un mondo in bianco e nero, che sembra appartenermi. Sotto le prime foto, scopro un piccolo album: all’interno degli scatti della marina militare americana. Ragazzi poco più giovani di me, in divisa e in posa, guardano con orgoglio l’obiettivo. Sembrano foto non ufficiali, scattate con una Polaroid da qualcuno di loro. Quando guardo l’ultima foto, la mia mano trema: il mio Mentore, giovanissimo, vicino a una nave. Ha una mappa aperta, che mostra alla macchina fotografica. Una mappa del triangolo delle Bermuda.

Chiudo l’album, e solo allora leggo la piccola scritta sulla pelle marrone: Per il Capitano che viene da Lontano. Di fianco all’album, noto una vecchia macchina fotografica istantanea. La prendo fra le mie mani, e vedo il nome del mio mentore ricamato nella tracolla di tela.

Sorridendo, raggiungo la cassa con l’album e la Polaroid. Ma la donna mi dice che qualcuno ha già pagato per me, e con un occhiolino mi indica di uscire.